Mare Nostrum
Aspetti di biologia marina del Mediterraneo del Golfo Dianese

Sezione dedicata agli amici di San Bartoloeo al Mare in cui vengono descritti alcuni aspetti naturalistici del mare che frequentiamo.


Il mare di casa nostra
Con la locuzione latina Mare Nostrum gli antichi Romani indicavano il Mediterraneo, termine che deriva ancora da una parola latina: mediterraneus, che significa "in mezzo alle terre".
Il Mar Mediterraneo (detto più brevemente solo Mediterraneo) è infatti situato tra Europa, Nordafrica e Asia occidentale. È un mare interno dell'Oceano Atlantico, da cui è dipendente e a cui è connesso a ovest tramite lo stretto di Gibilterra. Lo stretto del Bosforo lo collega a nord-est al Mar Nero mentre il canale di Suez, artificiale, lo collega a sud-est al Mar Rosso e quindi all'Oceano Indiano. Quindi il Mediterraneo ospita anche faune e flore marine che in parte provengono da questi mari definite come aliene.
Il 17 novembre 1869, realizzato dal francese Ferdinand de Lesseps su progetto dell'ingegnere italiano di nazionalità austriaca Luigi Negrelli, venne inaugurato il canale di Suez. Fu da allora che venne "sconvolta" la geomorfologia mediterranea che regnava da decine di milioni di anni: questa stretta apertura mise in contatto le acque calde del Mar Rosso con quelle del Mediterraneo.
I due mari entrarono così in comunicazione dando luogo ad un processo migratorio particolare che iniziò a sconvolgere l'equilibrio biologico marino: le specie di animali e vegetali marini incominciarono a spostarsi da un mare all'altro. Le conseguenza si percepisce molto chiaramente ora, dopo circa 150 anni, nel vedere specie marine aliene (di tipo tropicale) del Mar Rosso iniziare a spostarsi nelle zone più calde del Mediterraneo. Queste "specie" (intese non nel senso strettamente tassonomico) vengono chiamate specie lessepsiane in "omaggio" (si fa per dire) a Ferdinand de Lesseps che realizzò il canale di Suez.


San Bartolomeo al Mare
Situata nella provincia in Imperia, al centro del Golfo Dianese, chiusa tra Diano Marina e Cervo, questa località turistica balneare della Liguria è diventata per me un nuovo campo di "ricerca" naturalistica. Scegliendo di frequentare questa zona, da buon naturalista, ho infatti voluto immergermi nelle acque del Mediterraneo per osservarne la natura.
Dopo anni dedicati all'osservazione diretta dell'ecosistema tropicale delle barriere coralline (vedere sezione dedicata in queste pagine) praticare lo snorkeling nel mare di San Bartolomeo è stato per me un evento inizialmente traumatico. Subito l'apparente assenza di fauna marina (ero abituato ai mari tropicali) mi ha riempito di angoscia, ma poco alla volta ho scoperto un mondo subacqueo nuovo che, anche se poco "colorato" ed appariscente di quello del reef, presenta aspetti molto interessanti e, dopotutto, è anche il Mare Nostrum.
La zona del mare prospiciente San Bartolomeo risulta particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico perché la presenza di una serie di banchine di scogli frangiflutti artificiali (edificata a protezione della spiaggia negli anni Sessanta dello scorso secolo) ha permesso la formazione di un ambiente marino "protetto" (in comunicazione col mare aperto) che potrebbe ricordare una cosiddetta barrier reef, sorta di laguna interna con un fondale prevalentemente sabbioso del massimo di due o tre metri.
Inoltre una splendida passeggiata lungomare della lunghezza di più di un chilometro, prospiciente alla spiaggia, contibuisce ad isolare la zona dal traffico della via Aurelia creando cosi una zona di una certa tranquillità. In questo habitat, parzialmente isolato dal mare aperto, si è potuta sviluppare una sorta di ecosistema con un sua tipica biodiversità. Superata la barriera degli scogli si presenta il mare "aperto" dove il fondale sabbioso (alla profondità media di 5 m) di si immerge con leggera inclinazione verso il largo, gradatamente, fino a raggiungere le tipiche praterie di Posidonie.




Gli scogli frangiflutti
Spiaggia di San Bartolomeo dove, a circa 150 metri dalla riva, sorge la banchina di scogli frangiflutti artificiali (edificata a protezione della spiaggia negli anni Sessanta dello scorso secolo) che ha permesso la formazione di un ambiente marino "protetto".



Tipologie di fondali
A sinistra: fondale interno nei pressi della spiaggia (profondità massima di circa 3 metri) con tipiche strutture sedimentare del fondo sabbioso dette ripple marks. A destra: aspetti del fondale presso la banchina degli scogli frangiflutti artificiali.


Problemi di identificazione
Praticare lo snorkeling nei mari tropicali delle barriere coralline permette di osservare una fauna marina meravigliosa. La vasta biodiversità (varietà di organismi viventi in una data area), composta da vetebrati ed invertebrati coloratissimi e spesso di aspetto caratteristico, permette una facile identificazione delle varie specie. Inoltre la presenza di un grande numero di testi specializzati consente di poter classificare abbastanza semplicemente gli abitanti delle barriere coralline.
Al contrario per le specie del nostro mare che sono poco colorate ed ornamentate e quimdi spesso poco distinguibili l'una dall'altra. Un esempio è quello del Cefalo, chiamato anche Muggine o Volpina, che presenta 5 specie (quello più omune è Mugil cephalus Linnaeus, 1758). Un altro esempio è quello del Sarago (gen. Diplodus) che anche lui, nel nostro mare, presenta 5 specie: Maggiore, Pizzuto, Fasciato, Sparaglione e Faraone. Abbiamo quindi anche dei problemi quando si va a comprare il pesce al mercato.
Un altro problema è quello della denominazione. Se si tratta a livello scientifico non esite difficoltà si comunicazione, ma parlando a livello colloquiale, in ogni regione (o addiruttura di località), i nomi sono diversi e nascono problemi di comprensione. Un esempio lampante è ilbivalve del gen. Mitilus che viene chiamato Cozza, Peocio, Muscolo, ecc.
Sulle problematiche della classificazione scientifica potete vedere le pagine di quetso sito dedicate alla Paleontologia Sistematica dove tratto l'argomento in moso approfondito.


Il problema delle meduse
Forse l'argomento di più grande interesse che riguarda i bagnanti è quello delle meduse, infatti le "punture" di questi inveretebrati marini sono dolorose ed a volte pericolose. Le meduse sono organismi che fanno parte del plancton, categoria di esseri marini di varie dimensioni (di norma piccolissimi ed a volte unicellulari) che non sono in grado di contrastare completamente le correnti e che da queste vengono quindi traspostrati ovunque. Le meduse appartengono al phylum (grande categoria sistematica) dei Cnidari (dal greco knide = ortica, perchè sono quasi tutti appunto urticanti), un tempo erano chiamati Celenterati (Coelenterata).

La categoria dei Cnidari
I Cnidari sono animali marini sostanzialmente dei “polipi” di varia dimensione (i "polpi" sono invece molluschi commestibili). A volte, piccolissimi, sono aggregati in immense colonie che sviluppano impalcature calcaree di varie forme che sono responsabili dell’edificazione delle scogliere coralline (reef): sono quelli che nel linguaggio comune chiamiamo impropriamente "coralli". A volte questi “polipi” possono essere solitari e svilupparsi "capovolti" (ad "ombrello") e costituiscono la forma detta medusa.

Le meduse
Quella delle meduse è una vasta categoria a con numerose forme molto diverse tra loro dal punto biologico e di varia dimensione. La loro classificazione sistematica risulta complessa e molti autori non sono concordi nella suddivisione tassonomica, pertanto non la si tratta in questa sede. Nel Mediterraneo le meduse sono rappresentate da una ventina di generi diversi.
Le meduse, come tutti Cnidari possiedono cellule molto specializzate, chiamate cnidoblasti, o nematocisti, principalmente concentrate lungo i tentacoli, capaci di iniettare attraverso un microscopico filamento spinoso una miscela velenosa proteica (neurotossina), per catturare le prede o per difesa. Il meccanismo di estroflessione del filamento è uno dei processi biologici più veloci ed efficaci in natura: si compie in meno di un milionesimo di secondo, generando sul punto di penetrazione un impatto pari a oltre 70 tonnellate per centimetro quadrato. Sembra inverosimile, ma proprio è così. Le nematocisti, paralizzano le loro prede (piccoli pesci e microrganismi) per l'uomo possono essere molto uricanti ed in alcune specie di mesduse sono addirittura mortali.

La pericolosa medusa luminosa
Nel Mediterraneo è presente, e talvolta purtroppo abbondante, la "medusa luminosa", una scifomedusa che è scientificamente chiamata Pelagia noctiluca (dal greco pélagos = mare e dal latino noctis = notte e lucere = splendere), il suo ombrello ha un diametro medio di 10 cm. Vive circa due anni, e si spinge in acque profonde (oltre 500 m). Compie migrazioni verticali giornaliere, raggiungendo la superficie soprattutto di notte. Quando si verifica una "fioritura", detta bloom, cioè l'incremento improvviso ed incontrollato del numero di individui, gli individui sono anche 300 al metro quadro e la corrente le porta ovunque.
Grazie a un muco secreto dal suo ectoderma, è una delle poche specie di meduse in grado di produrre bioluminescenza, per la presenza di piccoli organelli chiamati fotofori. Quando la medusa viene disturbata o toccata, i fotofori producono di notte una luce blu-verde che può essere vista anche a diversa distanza.
Questa specie distribuita purtroppo è molto urticante e le sue nematocisti possono provocare notevoli ustioni.



La medusa luminosa
Una Pelagia noctiluca spiaggiata dalle onde sulla battigia, a fianco una foto subacquea di un esemplare che nuota cercado di vincere le corrente. Si possono notare i lunghi filamenti (lunghi anche un metro) che l'animale usa per paralizzare le prede.


Spesso troviamo La Pelagia noctiluca a pochi metri da riva portata dalla corrente o sulla battigia spiaggiata dalle onde. Pur essendo una specie pelagica (cioè che vive in mare apertp), nel periodo primaverile e autunnale (ma non solo) si avvicina alla costa. È un predatore che si nutre di plancton, uova di pesce e larve di invertebrati marini che paralizza con i tentacoli dotati delle sue cellule urticanti. Questa specie, al contrario delle altre, presenta le cellule urticanti anche sull'ombrello pertanto basta sfiorarla per scatenare una reazione fisico-chimica automatica che provoca il rilascio delle nematocisti. Anche parti di individui, pezzi di tentacoli galleggianti possono essere urticanti. Le sue ustioni a volte sono molto dolorose e, se non curate in modo corretto, possono ustionare le pelle lasciando tracce visibili. Può essere molti pericolosa per chi ha probelmi di allergie.




I nematocisti urticanti
Si ricorda che Pelagia noctiluca è una delle poche meduse che presenta cellule urticanti (nematocisti) anche sull'ombrello. Sulla sinistra nella macrofotografia subacquea dell'ombrello si possono notare i gruppi di cellule, a destra le conseguenze di una "puntura" sulla pelle di una amica. Ricordo che una semplice maglietta t-shirt aderente di cotone potrebbe riparare benissimo.


Cura delle ustioni di Pelagia noctiluca
Un argomento di discussione ricorrente, che spesso si sente tra i villeggianti, è la disputa sul metodo di cura delle ustioni delle meduse.
Dato che durante i miei lunghi giri di snorkeling nel mare di San Bartolomeo (e nei mari tropicali) sono stato spesso "punto", posso dire che la prima sensazione è quella di una improvvisa scossa elettrica (come mettere le dita nel 220V di casa). Se si è al largo (si nuota sempre in due) occorre non farsi prendere dal panico ed abbandonarsi "a riposare" facendo "il morto". Segue una forte sensazione di escoriazione, dolore intenso. Quando si è a riva poi compare infiammazione e arrossamento della pelle. La puntura produce urticaria ed edema, oltre che a vescicole, bolle e croste che possono permanere molto a lungo se non trattare correttamente. Altri sintomi, anche se rari, possono essere nausea, vomito, crampi muscolari e difficolta respiratorie.
Ho ascoltato bagnanti che consigliano dei rimedi "medioevali" che qui non voglio ripetere, la prassi per la specie Pelagia noctiluca secondo il CIESM (Comitato Ecosistemi Marini della Commissione per il Mediterraneo) è la seguente:
1) - Non lavare mai la ferita con l'acqua dolce, ma di mare, senza strofinare, poi asciugare tamponando con un panno.
2) - Dato che le neurotossine sono termolabili (si distruggono col calore) applicare sulla parte un grosso ciottolo bollente (si può scaldalro al sole) per 15 minuti.
3) - Applicare infine una gel astringente al Cloruro d'Alluminio. Esiste una ottima marca usata dai sub, ma non posso fare pubblicità.
Nessuna altro rimedio immediato serve. Se però non si ha nulla di questo, si può applicare sulla ferita la polpa trasparente delle foglie di Aloe vera che in Liguria si trova un pò dappertutto nei giardini e nelle aiuole. Questo è un prezioso consiglio di un bagnino del posto che è anche un granse surfista con esperienza di mari tropicali. Comunque in caso grave rivolgersi sempre al pronto soccorso.


Una strana medusa azzurra
Esattamente il 18 aprile 2018 sulla siaggia di San Bartolomeo ho assistito ad uno strano fenomeno. Si trattava di un bloom della strana medusa Velella velella detta “Barchetta di San Pietro”. Questa strana medusa di colre azzurro, di piccole dimensioni, è un indicatore di mare pulito, vive praticamente in tutti gli oceani in superficie, con una preferenza per le acque calde o temperate.
A volte si possono verificare spiaggiamenti in massa di questi organismi, soprattutto in primavera, che morendo e decomponendosi producono un acuto spiacevole odore rancido che ricorda l'urina. Possiedono dei sottili “scheletri” di consistenza chitinoso-cartilaginea trasparenti che si possono conservare.
Come gli altri cnidari Velella velella è un animale carnivoro. cattura la sua preda, generalmente plancton, tramite i piccoli tentacoli che contengono delle tossine. Queste tossine, pur essendo efficaci contro la preda, sono innocue per gli esseri umani, poiché non riescono a penetrare nella pelle e non causano nessuna reazione alla cute dell'uomo. Però è preferibile evitare di toccarsi gli occhi dopo aver toccato (le dita si colorano di blue) una “barchetta di San Pietro” perchè potrebbe causare dei problemi.




Spiaggiamento di Velella velella
La spiaggia di San Bartolomeo in corrispondenza di via Malta con i resti spiaggiati di migliaia di “Barchette di San Pietro” distrubuiti sulla battigia per un centinaio di metri. Si nota il tipico bellissimo colore blu elettrico con sfumature azzurre della medusa. Evento accaduto il 18 aprile 2018.




Resti di Velella velella
Particolare dei resti spiaggiati di migliaia di “Barchette di San Pietro” del 18 aprile 2018. Si noti l'intenso colore blu ed azzurro tipico di questo organismo che, se toccato, lascia tracce di colore sulle dita.




La “Barchetta di San Pietro”
A sinistra: una grande Velella velella che tengo in mano per avere un riferimento dimensionale. A destra: alcuni dei sottili e fragili “scheletri” trasparenti della medusa che hanno consistenza chitinoso-cartilaginea e si possono conservare.



La chiocciola e la medusa
Esiste una singolare simbiosi tra medusa Velella velella, la “Barchetta di San Pietro”, e una rara chiocciola marina, la Janthina janthina, un gasteropode marino, non comune, che ha caratteristiche particolari: le forme adulte vivono in simbiosi con queste meduse di cui anche si nutrono (si tratta quindi di una simbiosi antagonista). Questo mollusco vive praticamente in tutti gli oceani e conduce vita pelagica, facendosi trasportare dalle correnti attaccato alle meduse, si mantiene a galla grazie alla capacità del suo piede (pare anatomica dei gasteropi) di secernere una sostanza vischiosa che a contatto con l'acqua indurisce formando una sacca di bollicine d'aria che ne permette il galleggiamento.
Trascinata dalle correnti, attaccata a questa sorta di "zattera d'aria" con la sua esile conchiglia rivolta verso il basso, la Janthina janthina si sposta anche in gruppi composti da un numero elevatissimo di individui, che seguono la corrente. Le femmine sotto a queste "bolle" attaccano le uova.
È un mollusco carnivoro: si nutre di zooplancton che si imbatte nel suo tragitto, è un animale cieco che per difendersi emette uino schizzo di liquido viola.




La Janthina janthina,
Sulla siaggia di San Bartolomeo durante lo siaggiamento della medusa Velella velella del 18 aprile 2018, nella massa di organismi ormai morti, ho avuto la fortuna di individuare e fotografare alcuni esemplari di Janthina janthina. Nell'immagine, a fianco del gastreropode è visibile la sacca di bollicine d'aria che il mollusco ha creato e che ne permette il galleggiamento.