Mare Nostrum
Aspetti di biologia marina del Mediterraneo del Golfo Dianese

Sezione dedicata agli amici di San Bartolomeo al Mare in cui vengono descritti alcuni aspetti naturalistici del mare che frequentiamo.


Il mare di casa nostra
Con la locuzione latina Mare Nostrum gli antichi Romani indicavano il Mediterraneo, termine che deriva ancora da una parola latina: mediterraneus, che significa "in mezzo alle terre".
Il Mar Mediterraneo (detto più brevemente solo Mediterraneo) è infatti situato tra Europa, Nordafrica e Asia occidentale. È un mare interno dell'Oceano Atlantico, da cui è dipendente e a cui è connesso a ovest tramite lo stretto di Gibilterra. Lo stretto del Bosforo lo collega a nord-est al Mar Nero mentre il canale di Suez, artificiale, lo collega a sud-est al Mar Rosso e quindi all'Oceano Indiano. Quindi il Mediterraneo ospita anche faune e flore marine che in parte provengono da questi mari definite come aliene.
Il 17 novembre 1869, realizzato dal francese Ferdinand de Lesseps su progetto dell'ingegnere italiano di nazionalità austriaca Luigi Negrelli, venne inaugurato il canale di Suez. Fu da allora che venne "sconvolta" la geomorfologia mediterranea che regnava da decine di milioni di anni: questa stretta apertura mise in contatto le acque calde del Mar Rosso con quelle del Mediterraneo.
I due mari entrarono così in comunicazione dando luogo ad un processo migratorio particolare che iniziò a sconvolgere l'equilibrio biologico marino: le specie di animali e vegetali marini incominciarono a spostarsi da un mare all'altro. Le conseguenza si percepisce molto chiaramente ora, dopo circa 150 anni, nel vedere specie marine aliene (di tipo tropicale) del Mar Rosso iniziare a spostarsi nelle zone più calde del Mediterraneo. Queste "specie" (intese non nel senso strettamente tassonomico) vengono chiamate specie lessepsiane in "omaggio" (si fa per dire) a Ferdinand de Lesseps che realizzò il canale di Suez.


San Bartolomeo al Mare
Situata nella provincia in Imperia, al centro del Golfo Dianese, chiusa tra Diano Marina e Cervo, questa località turistica balneare della Liguria è diventata per me un nuovo campo di "ricerca" naturalistica. Scegliendo di frequentare questa zona, da buon naturalista, ho infatti voluto immergermi nelle acque del Mediterraneo per osservarne la natura.
Dopo anni dedicati all'osservazione diretta dell'ecosistema tropicale delle barriere coralline (vedere sezione dedicata in queste pagine) praticare lo snorkeling nel mare di San Bartolomeo è stato per me un evento inizialmente traumatico. Subito l'apparente assenza di fauna marina (ero abituato ai mari tropicali) mi ha riempito di angoscia, ma poco alla volta ho scoperto un mondo subacqueo nuovo che, anche se poco "colorato" ed appariscente di quello del reef, presenta aspetti molto interessanti e, dopotutto, è anche il Mare Nostrum.
La zona del mare prospiciente San Bartolomeo risulta particolarmente interessante dal punto di vista naturalistico perché la presenza di una serie di banchine di scogli frangiflutti artificiali (edificata a protezione della spiaggia negli anni Sessanta dello scorso secolo) ha permesso la formazione di un ambiente marino "protetto" (in comunicazione col mare aperto) che potrebbe ricordare una cosiddetta barrier reef, sorta di laguna interna con un fondale prevalentemente sabbioso del massimo di due o tre metri.
Inoltre una splendida passeggiata lungomare della lunghezza di più di un chilometro, prospiciente alla spiaggia, contibuisce ad isolare la zona dal traffico della via Aurelia creando cosi una zona di una certa tranquillità. In questo habitat, parzialmente isolato dal mare aperto, si è potuta sviluppare una sorta di ecosistema con un sua tipica biodiversità. Superata la barriera degli scogli si presenta il mare "aperto" dove il fondale sabbioso (alla profondità media di 5 m) di si immerge con leggera inclinazione verso il largo, gradatamente, fino a raggiungere le tipiche praterie di Posidonie.




Gli scogli frangiflutti
Spiaggia di San Bartolomeo dove, a circa 150 metri dalla riva, sorge la banchina di scogli frangiflutti artificiali (edificata a protezione della spiaggia negli anni Sessanta dello scorso secolo) che ha permesso la formazione di un ambiente marino "protetto".



Tipologie di fondali
A sinistra: fondale interno nei pressi della spiaggia (profondità massima di circa 3 metri) con tipiche strutture sedimentare del fondo sabbioso dette ripple marks. A destra: aspetti del fondale presso la banchina degli scogli frangiflutti artificiali.


Il problema delle meduse
Forse l'argomento di più grande interesse che riguarda i bagnanti è quello delle meduse, infatti le "punture" di questi inveretebrati marini sono dolorose ed a volte pericolose. Le meduse sono organismi che fanno parte del plancton, categoria di esseri marini di varie dimensioni (di norma piccolissimi ed a volte unicellulari) che non sono in grado di contrastare completamente le correnti e che da queste vengono quindi traspostrati ovunque. Le meduse appartengono al phylum (grande categoria sistematica) dei Cnidari (dal greco knide = ortica, perchè sono quasi tutti appunto urticanti), un tempo erano chiamati Celenterati (Coelenterata).

La categoria dei Cnidari
I Cnidari sono animali marini sostanzialmente dei “polipi” di varia dimensione (i "polpi" sono invece molluschi commestibili). A volte, piccolissimi, sono aggregati in immense colonie che sviluppano impalcature calcaree di varie forme che sono responsabili dell’edificazione delle scogliere coralline (reef): sono quelli che nel linguaggio comune chiamiamo impropriamente "coralli". A volte questi “polipi” possono essere solitari e svilupparsi "capovolti" (ad "ombrello") e costituiscono la forma detta medusa.

Le meduse
Quella delle meduse è una vasta categoria a con numerose forme molto diverse tra loro dal punto biologico e di varia dimensione. La loro classificazione sistematica risulta complessa e molti autori non sono concordi nella suddivisione tassonomica, pertanto non la si tratta in questa sede. Nel Mediterraneo le meduse sono rappresentate da una ventina di generi diversi.
Le meduse, come tutti Cnidari possiedono cellule molto specializzate, chiamate cnidoblasti, o nematocisti, principalmente concentrate lungo i tentacoli, capaci di iniettare attraverso un microscopico filamento spinoso una miscela velenosa proteica (neurotossina), per catturare le prede o per difesa. Il meccanismo di estroflessione del filamento è uno dei processi biologici più veloci ed efficaci in natura: si compie in meno di un milionesimo di secondo, generando sul punto di penetrazione un impatto pari a oltre 70 tonnellate per centimetro quadrato. Sembra inverosimile, ma proprio è così. Le nematocisti, paralizzano le loro prede (piccoli pesci e microrganismi) per l'uomo possono essere molto uricanti ed in alcune specie di mesduse sono addirittura mortali.

La pericolosa medusa luminosa
Nel Mediterraneo è presente, e talvolta purtroppo abbondante, la "medusa luminosa", una scifomedusa che è scientificamente chiamata Pelagia noctiluca (dal greco pélagos = mare e dal latino noctis = notte e lucere = splendere), il suo ombrello ha un diametro medio di 10 cm. Vive circa due anni, e si spinge in acque profonde (oltre 500 m). Compie migrazioni verticali giornaliere, raggiungendo la superficie soprattutto di notte. Quando si verifica una "fioritura", detta bloom, cioè l'incremento improvviso ed incontrollato del numero di individui, gli individui sono anche 300 al metro quadro e la corrente le porta ovunque.
Grazie a un muco secreto dal suo ectoderma, è una delle poche specie di meduse in grado di produrre bioluminescenza, per la presenza di piccoli organelli chiamati fotofori. Quando la medusa viene disturbata o toccata, i fotofori producono di notte una luce blu-verde che può essere vista anche a diversa distanza.
Questa specie distribuita purtroppo è molto urticante e le sue nematocisti possono provocare notevoli ustioni.



La medusa luminosa
Una Pelagia noctiluca spiaggiata dalle onde sulla battigia, a fianco una foto subacquea di un esemplare che nuota cercado di vincere le corrente. Si possono notare i lunghi filamenti (lunghi anche un metro) che l'animale usa per paralizzare le prede.


Spesso troviamo La Pelagia noctiluca a pochi metri da riva portata dalla corrente o sulla battigia spiaggiata dalle onde. Pur essendo una specie pelagica (cioè che vive in mare apertp), nel periodo primaverile e autunnale (ma non solo) si avvicina alla costa. È un predatore che si nutre di plancton, uova di pesce e larve di invertebrati marini che paralizza con i tentacoli dotati delle sue cellule urticanti. Questa specie, al contrario delle altre, presenta le cellule urticanti anche sull'ombrello pertanto basta sfiorarla per scatenare una reazione fisico-chimica automatica che provoca il rilascio delle nematocisti. Anche parti di individui, pezzi di tentacoli galleggianti possono essere urticanti. Le sue ustioni a volte sono molto dolorose e, se non curate in modo corretto, possono ustionare le pelle lasciando tracce visibili. Può essere molti pericolosa per chi ha probelmi di allergie.




I nematocisti urticanti
Si ricorda che Pelagia noctiluca è una delle poche meduse che presenta cellule urticanti (nematocisti) anche sull'ombrello. Sulla sinistra nella macrofotografia subacquea dell'ombrello si possono notare i gruppi di cellule, a destra le conseguenze di una "puntura" sulla pelle di una amica. Ricordo che una semplice maglietta t-shirt aderente di cotone potrebbe riparare benissimo.


Cura delle ustioni di Pelagia noctiluca
Un argomento di discussione ricorrente, che spesso si sente tra i villeggianti, è la disputa sul metodo di cura delle ustioni delle meduse.
Dato che durante i miei lunghi giri di snorkeling nel mare di San Bartolomeo (e nei mari tropicali) sono stato spesso "punto", posso dire che la prima sensazione è quella di una improvvisa scossa elettrica (come mettere le dita nel 220V di casa). Se si è al largo (si nuota sempre in due) occorre non farsi prendere dal panico ed abbandonarsi "a riposare" facendo "il morto". Segue una forte sensazione di escoriazione, dolore intenso. Quando si è a riva poi compare infiammazione e arrossamento della pelle. La puntura produce urticaria ed edema, oltre che a vescicole, bolle e croste che possono permanere molto a lungo se non trattare correttamente. Altri sintomi, anche se rari, possono essere nausea, vomito, crampi muscolari e difficolta respiratorie.
Ho ascoltato bagnanti che consigliano dei rimedi "medioevali" che qui non voglio ripetere, la prassi per la specie Pelagia noctiluca secondo il CIESM (Comitato Ecosistemi Marini della Commissione per il Mediterraneo) è la seguente:
1) - Non lavare mai la ferita con l'acqua dolce, ma di mare, senza strofinare, poi asciugare tamponando con un panno.
2) - Dato che le neurotossine sono termolabili (si distruggono col calore) applicare sulla parte un grosso ciottolo bollente (si può scaldalro al sole) per 15 minuti.
3) - Applicare infine una gel astringente al Cloruro d'Alluminio. Esiste una ottima marca usata dai sub, ma non posso fare pubblicità.
Nessuna altro rimedio immediato serve. Se però non si ha nulla di questo, si può applicare sulla ferita la polpa trasparente delle foglie di Aloe vera che in Liguria si trova un pò dappertutto nei giardini e nelle aiuole. Questo è un prezioso consiglio di un bagnino del posto che è anche un granse surfista con esperienza di mari tropicali. Comunque in caso grave rivolgersi sempre al pronto soccorso.


Una strana medusa azzurra
Esattamente il 18 aprile 2018 sulla siaggia di San Bartolomeo ho assistito ad uno strano fenomeno. Si trattava di un bloom della strana medusa Velella velella detta “Barchetta di San Pietro”. Questa strana medusa di colre azzurro, di piccole dimensioni, è un indicatore di mare pulito, vive praticamente in tutti gli oceani in superficie, con una preferenza per le acque calde o temperate.
A volte si possono verificare spiaggiamenti in massa di questi organismi, soprattutto in primavera, che morendo e decomponendosi producono un acuto spiacevole odore rancido che ricorda l'urina. Possiedono dei sottili “scheletri” di consistenza chitinoso-cartilaginea trasparenti che si possono conservare.
Come gli altri cnidari Velella velella è un animale carnivoro. cattura la sua preda, generalmente plancton, tramite i piccoli tentacoli che contengono delle tossine. Queste tossine, pur essendo efficaci contro la preda, sono innocue per gli esseri umani, poiché non riescono a penetrare nella pelle e non causano nessuna reazione alla cute dell'uomo. Però è preferibile evitare di toccarsi gli occhi dopo aver toccato (le dita si colorano di blue) una “barchetta di San Pietro” perchè potrebbe causare dei problemi.




Spiaggiamento di Velella velella
La spiaggia di San Bartolomeo in corrispondenza di via Malta con i resti spiaggiati di migliaia di “Barchette di San Pietro” distrubuiti sulla battigia per un centinaio di metri. Si nota il tipico bellissimo colore blu elettrico con sfumature azzurre della medusa. Evento accaduto il 18 aprile 2018.




Resti di Velella velella
Particolare dei resti spiaggiati di migliaia di “Barchette di San Pietro” del 18 aprile 2018. Si noti l'intenso colore blu ed azzurro tipico di questo organismo che, se toccato, lascia tracce di colore sulle dita.




La “Barchetta di San Pietro”
A sinistra: una grande Velella velella che tengo in mano per avere un riferimento dimensionale. A destra: alcuni dei sottili e fragili “scheletri” trasparenti della medusa che hanno consistenza chitinoso-cartilaginea e si possono conservare.



La chiocciola e la medusa blu
Esiste una singolare simbiosi tra medusa Velella velella, la “Barchetta di San Pietro”, e una rara chiocciola marina, la Janthina janthina, un gasteropode marino, non comune, che ha caratteristiche particolari: le forme adulte vivono in simbiosi con queste meduse di cui anche si nutrono (si tratta quindi di una simbiosi antagonista). Questo mollusco vive praticamente in tutti gli oceani e conduce vita pelagica, facendosi trasportare dalle correnti attaccato alle meduse, si mantiene a galla grazie alla capacità del suo piede (pare anatomica dei gasteropi) di secernere una sostanza vischiosa che a contatto con l'acqua indurisce formando una sacca di bollicine d'aria che ne permette il galleggiamento.
Trascinata dalle correnti, attaccata a questa sorta di "zattera d'aria" con la sua esile conchiglia rivolta verso il basso, la Janthina janthina si sposta anche in gruppi composti da un numero elevatissimo di individui, che seguono la corrente. Le femmine sotto a queste "bolle" attaccano le uova.
È un mollusco carnivoro: si nutre di zooplancton che si imbatte nel suo tragitto, è un animale cieco che per difendersi emette uino schizzo di liquido viola.




La Janthina janthina,
Sulla siaggia di San Bartolomeo durante lo siaggiamento della medusa Velella velella del 18 aprile 2018, nella massa di organismi ormai morti, ho avuto la fortuna di individuare e fotografare alcuni esemplari di Janthina janthina. Nell'immagine, a fianco del gastreropode è visibile la sacca di bollicine d'aria che il mollusco ha creato e che ne permette il galleggiamento.


I coralli
Nel linguaggio comune li chiamiamo tutti impropriamente "coralli", ma in effetti si tratta di maderepore, con il trrmine di "corallo" infatti scientificamente si intende solo la particolare forma preziosa del "corallo rosso" (Corallium rubrum). Come le meduse, i coralli appartengono alla grande categoria sistematica dei Cnidari. Sono costituiti sostanzialmente da dei “polipi” di piccola dimensione (i "polpi" sono invece molluschi commestibili) aggregati in immense colonie che sviluppano impalcature calcaree di varie forme che sono responsabili dell’edificazione delle scogliere coralline (reef). Sembra strano , ma anche nel mare di San Bartolomeo, a pochi metri dalla spiaggia possiamo, vedere madrepore simili a quelle dei mari tropicali.
Si tratta della "madrepora a cuscino" (Cladocora caespitosa), per la tipica forma delle sue colonie, appartiene della classe Hexacorallia (ogni piccolo polipo ha un mumero di tentacoli mutipli di sei). È la madrepora più grande del Mar Mediterraneo, raggiunge anche i 50 centimetri di diametro



Una madrepora mediterranaea
La "madrepora a cuscino" (Cladocora caespitosa) fornamatasi sugli scogli a 2 metri di profondità. I polipi hanno circa 5 millimetri di diametro. Produce depositi di carbonato di calcio con cui forma le teche calcaree in cui vive. Nella macrofotografia si possoni notare i piccoli tentacoli di ogni teca. Ricordo che è un specie protetta e non bisogna assolutamente toccarla per non distruggere i delicatissimi polipi.
Al cento si nota un piccolo e delicato "Verme albero di Natale" (Spirobranchus sp.) anellide (verme) polichete della famiglia Serpulidae, che vive in simbiosi con la madrepora.


Organismi plantonici
Col termine fenerico di plancton, per definizione, viene indicato ogni organismo che non è in grado di contrastare le correnti marine e ne viene trasportato. È l’insieme di esseri acquatici, animali e vegetali che vivono sospesi, a galla o nelle acque, in balia delle onde e delle correnti e senza alcun rapporto con il fondo.
Comprende sia organismi vegetali (fitoplancton) che animali (zooplancton) di varie dimensioni. Tradizionalmente lo associamo e microrganismi (unicellulari, protozoi ecc.), ma in effetti comprende anche larve, piccoli animali (come i crostacei che formano il krill), organismi di una certa mole come meduse e alghe pluricellulari (come i sargassi).
Durante le nostre nuotate esplorando con maschera e pinne i fondali spesso notiamo nell'acqua piccole particelle in sospensione (a volte sono miriadi): è probabile che siano microrganismi plactonici. Un fenomeno particolare si è verificato all'inizio del settembre 2023. I bagnanti si allarmarono vedendo strane piccole forme globulari che ovunque galleggiavano: si trattava di una forma microscopica di plancton: i radiolari.



Forme planctoniche in sospensione
Il fenomeno particolare verificatosi all'inizio del settembre 2023. Piccole forme globulari di spetto gelatinoso galleggiavano ovunque vicino agli scogli: si trattava di una forma microscopica di palncton: i radiolari.



Colonie di radiolari
Il fenomeno particolare verificatosi all'inizio del settembre 2023. Si tratta del Collozoum sp., un radiolare dell'ordine Collodaria. Il genere contiene specie bioluminescenti ed è coloniale. A sinistra si nota una colonia galleggare vicino ad una medusa della specie Pelagia noctiluca, a destra si intravedono microscopici puntini che identifico i singoli microrganismi uniti a formare la sacca della colonia.



Vegetali marini
Con il termine “vegetali” si intendono quelle che scientificamente sono chiamate Plantae (Piante), similmente alla terra ferma, anche in mare i “vegetali” sono presenti e sono importantissimi per la catena trofica. La maggior parte delle Piante marine risultano però abbastanza diverse da quelle terrestri che siamo abituati a vedere. Spesso chiamiamo i vegetali marini con il temine generico di “alghe”, ma questo modo di identificarli non è esatto, infatti in mare, oltre alle alghe, esistono piante vere e proprie, come quelle terrestri.
Sia piante che alghe marine effettuano la fotosintesi clorofilliana, attraverso la quale trasformano l’energia solare in sostanze organiche necessarie per il loro nutrimento e producono ossigeno a partire da anidride carbonica e acqua. Di seguito vediamo alcuni di quei vegetali che spesso incontriamo facendo dello snorkeling.





L'Acetabularia grande alga unicellulare
L'Acetabularia (Acetabularia acetabulum), nome che deriva dal latino acetabulum = "vaso in forma di coppa”, è un'alga verde unicellulare, di dimensioni molto grandi e complesso nella forma, caratteristiche che ne fanno un modello eccellente per lo studio della biologia cellulare. Si tratta di una specie stagionale, è ben visibile soprattutto nei mesi estivi. Assomiglia ad una pianticella dalle foglie rotonde, con un'altezza compresa tra 0,5 e 10 cm e con tre parti anatomiche: un rizoide in fondo che assomiglia a delle radici molto corte, un lungo stelo al centro, ed in cima un ombrello di rami che può fondersi in un cappello.




La Pavonia (Padina pavonica)
La Pavonia o Coda di Pavone (Padina pavonica) è un'alga bruna della famiglia delle Dictyotaceae. Il nome deriva dalla forma caratteristica del tallo dell'alga, che si apre a ventaglio a partire da un peduncolo ancorato al substrato tramite rizoidi.



Geologia da spiaggia
Sembra strano, ma anche se siamo in spiaggia per prendere il sole o per rifrescarci con un tuffo in mare, intorno a noi e sotto in nostri piedi la Terra manifesta le testimonianze delle sue vicende geologiche. Possiamo avvicinarci con umiltà all'ambiente circostante, anche mentre consumiamo un buon gelato: basta abbassare occhi sulle "pietre" che si trovano in riva al mare per scoprire cose molto interessanti. Cose che abbiamo sempre calpestato ed ignorato possono rivelare storie molto interessanti.


Ciottoli striati
Lungo la spiaggia, spesso ci si imbatte in bellissimi ciottoli scuri striati da linee bianche che certamente suscitano la curiosità dei bambini. Questi forme rocciose hanno un lunghissima storia geologica. Si tratta di forme di erosione che risalgono anche a decine di miliaia di anni, e provengono prevalentemente dalla disgregazione di rocce calcaree scure attraversate da venature calcaree che risalono a decine di mioni di anni e provengono da lontano. Trasportati da fiumi e torrenti ed erosi dall'azione delle acque sono giuti sulle rive del mare dopo un viaggio di molti chilometri.




Massi calcarei striati
Il fenomeno parte dalla fessurazione delle rocce durante la loro formazione miloni di anni fa. Le fessure vengono riempite da calcare rilasciato da acque percolanti che poi si cristallizza a formare venaturae di bianca calcite. I massi staccatisi dai pendii franano a valle iniziando un lunghissimo ciclo erosivo detto "ciclo delle rocce sedimentarie".



Formazione dei ciottoli striati
A sinistra: frammeto di roccia "grezza" in cui si vedono le venature bianche di calcite; a destra: il frammento roccioso eroso dall'azione erosiva perde le asperità e inizia a trasformasi in un ciottolo tondeggiante. Per renderlo perfettamente tondo ci vorrà ancora moltissimo tempo.



Fori di Litodomi
Il Litodomo (letteralmente = abitatore della pietra), detto "Dattero di mare" (Lithophaga lithophaga) , come le "cozze", è un mollusco bivalve della famiglia Mytilidae. Dato che è squisito e molto ricercato ormai è vicino alla scomparsa, inoltre per raccoglerlo occorre rompere la roccia in cui si rifugia con prevedibili conseguenze sull'ambiente. Pertanto è soggetto a protezione e ne viene vietata la raccolta.



Scoglio forato dai Litodomi
Passeggiando lungo gli scogli a volte possiamo vedere le tracce dell'azione dei Litodomi sulla roccia, si possono anche trovare dei ciottoli compeltamente forati dalla loro passata attività.



Fori di Litodomi
A sinistra: roccia in cui si vedono le perfette perforazioni che possono ricordare l'intervento antropico di un trapano; a destra: frammento roccioso perforato con un guscio di litodomo (esemplare proveniente da Promajna, Croazia).



Spugne clionidi
Le spugne Clionidi sono piccolissime spugne che hanno la caratteristica di forare rocce calcaree, gusci di molluschi e coralli madreporici a cui aderiscono. La perforazione avviene per mezzo di secrezioni acide che permettono alla spugna di creare una complessa rete di camere e gallerie all’interno delle quali avviene il loro sviluppo.
Sono organismi perforanti per eccellenza, diffuse ampliamente anche nel Mediterraneo, che rappresentano un importante elemento nei processi di erosione e di produzione di sedimenti.
Spesso lungo la battigia possiamo rinvenire frammenti rocciosi che ne testimoniano la presenza.



Perforazione di spugne clionidi
A sinistra: ciottolo con una vena calcarea esposta in cui si vedono i forellini di perforazione; a destra: ciottolo con una vena calcarea completamente erosa dall'azione delle spugne.




Difficile riconoscimento dei pesci
L'dentificazione dei pesci coloratissimi e spesso di aspetto caratteristico dei mari tropicali, permette una facile identificazione delle varie specie. Inoltre la presenza di un grande numero di testi specializzati consente di poter classificare abbastanza semplicemente gli abitanti delle barriere coralline.
Al contrario avviene per le specie del nostro mare che sono poco colorate ed ornamentate e quindi spesso poco distinguibili l'una dall'altra.
Un esempio è quello del Cefalo, chiamato anche Muggine o Volpina, che presenta 5 specie (quello più omune è Mugil cephalus Linnaeus, 1758). Un altro esempio è quello del Sarago (gen. Diplodus) che anche lui, nel nostro mare, presenta 5 specie: Maggiore, Pizzuto, Fasciato, Sparaglione e Faraone. Abbiamo quindi anche dei problemi quando si va a comprare il pesce al mercato.
Un altro problema è quello della denominazione. Se si tratta a livello scientifico non esite difficoltà si comunicazione, ma parlando a livello colloquiale, in ogni regione (o addiruttura di località), i nomi sono diversi e nascono problemi di comprensione. Un esempio lampante è ilbivalve del gen. Mitilus che viene chiamato Cozza, Peocio, Muscolo, ecc.
Sulle problematiche della classificazione scientifica potete vedere le pagine di quetso sito dedicate alla Paleontologia Sistematica dove tratto l'argomento in modo approfondito.


Piccolo atlante di ittilogia
L'dentificazione dei pesci coloratissimi e spesso di aspetto caratteristico dei mari tropicali, permette una facile identificazione delle varie specie. Inoltre la presenza di un grande numero di testi specializzati consente di poter classificare abbastanza semplicemente gli abitanti delle barriere coralline.
Al contrario avviene per le specie del nostro mare che sono poco colorate ed ornamentate e quindi spesso poco distinguibili l'una dall'altra.
Un esempio è quello del Cefalo, chiamato anche Muggine o Volpina, che presenta 5 specie (quello più omune è Mugil cephalus Linnaeus, 1758). Un altro esempio è quello del Sarago (gen. Diplodus) che anche lui, nel nostro mare, presenta 5 specie: Maggiore, Pizzuto, Fasciato, Sparaglione e Faraone. Abbiamo quindi anche dei problemi quando si va a comprare il pesce al mercato.




Sarago Maggiore (Diplodus sargus)
Appartiene alla famiglia degli Sparidi. Le carni sono pregiatissime e molto ricercate. È una specie abbastanza versatile riguardo all'habitat. L'ambiente preferito è comunque quello di scogli coperti di densa vegetazione. È una specie strettamente costiera. Si nutre di crostacei ed altri invertebrati bentonici, da giovane, anche di alghe. Nella foto si nutre di un riccio di mare.




La Salpa (Sarpa salpa)
La Salpa appartenente alla famiglia Sparidae. È l'unica specie del genere Sarpa. La Salpa è presente in tutto il Mediterraneo, nonché nell'Atlantico orientale: dal Golfo di Biscaglia fino al Sudafrica. Si tratta di una specie strettamente costiera vive normalmente fino a 20 metri di profondità e si trova anche in acque molto basse. Popola fondali rocciosi con crescita di piante acquatiche e praterie di Posidonia oceanica. Negli cogli di San bartolomeo se ne vedono moltissimi in branchi numerosi e sono facilmente avvicinabili. È un pesce principalmente erbivoro, apprezza in particolar modo l'alga verde Ulva lactuca o insalata di mare.






Cefalo o Muggine comune (Mugil cephalus)
I cefali appartengono alla famiglia dei Mugilidae. Questa grande famiglia comprende ad oggi 75 specie diffuse in tutti le acque temperate del pianeta. I cefali vivono in acque poco basse spingendosi sino all’interno di lagune o foci dei fiumi. A San Bartolomeo spesso si vedono in branchi ed alcuni, solitari, raggiungono anche dimensoni di 50 cm e più. Le specie in Italia sono 5, tutte sono molto simili tra loro e quindi difficilmente identificabili.