Il monte Musinč
Articolo di Gabriele Albano, socio della APMP (Associazione Piemontese di Mineralogia e Paleontologia)







Il Musinč
Anche se non molto elevato, il monte MUSINE’, o MONS ASINARIUS dei romani, m1150, è una delle montagne più "in vista" e più conosciute per chi abita nella bassa Valle di Susa e nella pianura torinese.
Anche se moltissime persone vi saprebbero indicare senza difficoltà questa montagna, pochi sono coloro che conoscono la storia e le caratteristiche geologiche di essa; al contrario si tende a fare una grande confusione sulle sue origini, interpretandola (nel migliore dei casi) addirittura come un vulcano spento.
Il monte è conosciuto anche come "Montagna della croce", per via di una grande croce che si erge sulla sua cima, inaugurata per la prima volta il 10 novembre 1901 e restaurata in seguito nel 1974 e nel 1990. Tale croce, oltre a rappresentare un simbolo di fede, vuole anche ricordare la famosa battaglia, del 312 d.C. , avvenuta forse nella vicina pianura (ondulata, per la verità!) dei territori di Grugliasco – Collegno, tra le truppe dell’imperatore Costantino e quelle ben più numerose di Massenzio. La leggenda racconta di una profetica visione di Costantino: una croce luminosa apparsa nel cielo con il messaggio premonitore: "HOC SIGNO VINCES", come difatti avvenne.




Il monte Musinč visto da Est (foto G. Albano)


Aspetti geologici
Dal punto di vista geologico il Musinè si inquadra nel MASSICCIO ULTRABASICO DI LANZO: una fascia molto potente di alture costituite da rocce mafiche e ultramafiche, cioè poverissime o addirittura prive di quarzo, conosciute qui come PERIDOTITI, LHERZOLITI (quasi sempre trasformate dal metamorfismo in SERPENTINITI) e GABBRI (limitatamente ad alcune zone). Tutte rocce, queste, formate prevalentemente da minerali di ferro e magnesio e per questo dette anche femiche.
Detto Massiccio si estende, con direzione NORD – SUD, per circa venti chilometri dalla zona di Lanzo Torinese – Balangero fino, appunto, al monte Musinè in Val di Susa. Vi è poi una estrema propaggine meridionale isolata, rappresentata dal Monte San Giorgio (837 m), presso Piossasco.
Questa propaggine sarebbe stata dislocata nel punto in cui si trova dai movimenti di una faglia trascorrente, la quale ha "portato" questo frammento del Massiccio a diretto contatto con le rocce cristalline più antiche del MASSICCIO DORA – MAIRA.
Le rocce femiche di cui sopra, unitamente ad altre metamorfiche, e non, (ANFIBOLITI, PRASINITI, DIABASI, ecc.), sono denominate oltremodo con il termine di ofioliti, indicante rocce provenienti dal MANTELLO TERRESTRE e consolidatesi all’interno o al di sopra della CROSTA OCEANICA. Le ofioliti, verso la seconda metà del XIX sec. , vennero anche dette, nel loro complesso e per via della loro colorazione a frattura fresca, Pietre Verdi dal grande geologo piemontese Bartolomeo Gastaldi.

Il MUSINE’ è formato da LHERZOLITE, una roccia costituita essenzialmente da OLIVINA (silicato di magnesio), contenente pirosseni rombici e monoclini e, in quantità accessoria, Piropo, Orneblenda, Magnetite, ecc. Proprio per via della componente ferrosa, soprattutto dell’ Olivina, facilmente ossidabile all’aria, questa roccia mostra quasi sempre una tipica colorazione esterna rossastro rugginosa. Un altro minerale legato al particolare chimismo di questa roccia è la MAGNESITE, un carbonato di magnesio che localmente si presenta in concentrazioni notevoli proprio come nel caso del nostro Musinè, dove nel suo versante orientale, presso quella protuberanza che guarda verso i laghi di Caselette Grange di Brione e chiamata Monte Calvo, si aprono alcune vecchie cave (ormai da lungo tempo abbandonate) di questo minerale, che qui viene chiamato GIOBERTITE e che veniva estratto per usi industriali, chimici e farmaceutici. In queste cave, insieme a campioni di Giobertite, è possibile trovare anche una varietà di Opale, non pregiato, detto OPALE CASEOSO.
Tra i minerali del monte Musinè sono da segnalare ancora i noduletti rosso scuri di TITANCLINOHUMITE, che ricordano i granati e la rara MAGHEMITE, un minerale di ferro di colore bruno scuro, fortemente magnetico, rinvenuto sul versante occidentale della montagna.


Le origini
Come spesso avviene per spiegare dei fenomeni geologici osservabili ai giorni nostri è necessario tornare indietro nel tempo e, il più delle volte, anche di parecchio. Lo stesso vale per il nostro Musinè, per trovare l’origine del quale dobbiamo risalire almeno fino al periodo TRIASSICO dell’ ERA MESOZOICA, cioè oltre duecento milioni di anni fa, all’epoca dei Dinosauri per intenderci.
A quel tempo il nostro Pianeta era molto diverso da come noi lo vediamo oggi: la Valle di Susa, le Alpi e tutto il territorio della Pianura Padana non esistevano e al loro posto vi era un vasto, bellissimo e caldo oceano, con acque azzurre e profonde: l’OCEANO ALPINO, che era parte dell’immenso GOLFO DELLA TETIDE, il quale, a sua volta, prendeva origine dalla PANTALASSA, sterminato Super Oceano che per tre quarti ricopriva la superficie terrestre. Tutte le terre emerse erano riunite nella PANGEA, il Super Continente.
Sui fondali di quel giovane Oceano Alpino si depositavano e si sedimentavano continuamente: argille, limi, sabbie, ghiaie, scheletri e gusci calcarei e silicei di organismi planctonici (quali Radiolari, Diatomee, Alghe silicee) e grandi quantità di lave vulcaniche, soprattutto basaltiche. Intanto altri magmi di composizione peridotitica e gabbrica, provenienti dal MANTELLO sottostante e ricchi di sostanze come ferro, magnesio, calcio, alluminio, ecc. si raffreddavano e solidificavano sotto i fondali stessi, generando sempre nuova CROSTA OCEANICA.
Tutto questo si protrasse per tempi lunghissimi, fino al CRETACICO, ultimo periodo dell’Era Mesozoica, terminato all’incirca 65 milioni di anni fa. In questo periodo la Pangea iniziò a fratturarsi e a separarsi in PLACCHE CROSTALI a causa di movimenti, o moti convettivi, dell’ASTENOSFERA, la parte cioè superiore mobile e viscosa, profonda dai 50 ai 100 chilometri, del Mantello Terrestre. Dette Placche cominciarono a muoversi reciprocamente (qualche centimetro all’anno) dando luogo a quella che viene definita DERIVA DEI CONTINENTI, fenomeno che piano piano avrebbe portato il nostro Pianeta ad assumere la configurazione attuale. Anche il nostro Oceano Alpino si trovò coinvolto in questi movimenti. I suoi fondali cominciarono gradatamente ad innalzarsi, a restringersi e a piegarsi sotto le spinte poderose della PLACCA AFRICANA che premeva verso quella EUROPEA, le quali spinte, se da un lato causavano la progressiva chiusura del bacino oceanico stesso, dall’altro elaboravano e sollevavano i sedimenti e le rocce magmatiche costituenti la sua CROSTA ABISSALE.
Il tutto in un lento, ma costante processo di pressioni, di subduzioni, di riemersioni e di corrugamenti, che andò formando il primo embrione di quella che, col tempo, sarebbe diventata la Catena Alpina.
L’oceano alla fine scomparve del tutto e le stesse rocce sottomarine, in grandissima parte metamorfosate, (cioè modificate mineralogicamente e strutturalmente dagli agenti orogeni, soprattutto calore e pressioni più o meno elevati), furono trasformate in altri litotipi: i sedimenti calcarei e calcareo argillosi si mutarono in rocce calcaree, marmi, calcescisti e marne; i sedimenti silicei in quarziti, meta radiolariti, scisti diasprigni; le lave vulcaniche, a seconda della loro composizione, si trasformarono in anfiboliti e prasiniti. In alcuni rari casi, comunque, si incontrano oggigiorno, nelle Alpi, lembi di Crosta Oceanica praticamente intatta.
I movimenti che crearono la Catena Alpina e che ebbero il loro apice massimo quaranta milioni di anni fa circa, provocarono anche la dislocazione delle masse rocciose di quella che oggi si chiama Valle di Susa.
Le rocce calcaree ed i calcescisti, con una parte dei materiali magmatici, furono compressi, piegati e spinti verso Ovest, cioè verso l’alta valle, dove possiamo ritrovarli oggigiorno, mentre le serpentiniti, le peridotiti e i gabbri, provenienti dall’interno della Crosta Oceanica, subirono un ulteriore sollevamento e vennero in parte messe in posto nella zona tra Lanzo e la bassa Valle di Susa, dove comparve il Massiccio Ultrabasico di Lanzo con il nostro Musinè.


Aspetti geomorfologici
Di sicuro questa montagna 30 o 40 milioni di anni fa doveva presentare un aspetto molto diverso da quello attuale. La sua altezza era senza dubbio maggiore ed anche la sua forma, molto probabilmente, doveva essere assai differente.
I principali artefici di questi mutamenti sono essenzialmente due: l’erosione meteorica e le grandi Glaciazioni quaternarie. Nel primo caso la pioggia, il vento, le temperature gelide ed il Sole hanno provveduto con il tempo a corrodere, a frantumare e a demolire in modo drastico le rocce di questa montagna, le quali oltretutto, sono meno resistenti delle rocce granitiche. Nel caso poi delle grandi Glaciazioni, sono state le pesanti e potenti masse di ghiaccio che, durante il loro plurisecolare scorrimento; levigando, esarando ed asportando materiale roccioso hanno modellato e modificato profondamente l’aspetto primordiale del Musinè.
Le rocce montonate ed i depositi morenici ci dicono, senza ombra di dubbio, che i grandi fiumi di ghiaccio pleistocenici della Valle di Susa, (meno l’ultima glaciazione detta impropriamente "wurmiana", la quale non sembra aver raggiunto le pendici di questa montagna), hanno lambito ed interessato il Musinè fino a metà circa della sua altezza.
Inoltre molto tempo fa, in un periodo di tempo che va da 125000 a 75000 anni fa, la nostra montagna godette della compagnia di un bellissimo e grande lago: il LAGO DELLA VALLE DI SUSA appunto, che si estendeva ai suoi piedi occupando un bacino compreso tra gli attuali comuni di Alpignano e Borgone di Susa. Esso si era formato in seguito allo sbarramento del fondovalle operato dalla morena frontale della penultima glaciazione (200000/125000 anni fa, pleistocene medio), nella zona tra la Perosa di Rivoli e Caselette.
Questo lago scomparve allorché le sue acque riuscirono ad aprirsi un varco presso Alpignano, varco nel quale oggi scorre la Dora Riparia.

Ecco, dunque, questa è la storia geologica del Musinè: un monte che ebbe per padre il fuoco e per madre la Terra; nel ventre della quale si generò, crebbe, si modificò e prese forma insieme agli altri monti suoi compagni; che lottò e resistette ai maltrattamenti naturali e alle demolizioni dei terribili ghiacciai e che ora, nonostante le ingiurie del tempo, è lì, pronto come un vecchio saggio a raccontare a tutti coloro che con umiltà e rispetto a lui si avvicinano, a coloro che sanno ascoltare e capire, le infinite vicissitudini della sua lunghissima esistenza; vicissitudini che sono poi parte integrante dell’evoluzione del Mondo.



BIBLIOGRAFIA

  • Note Illustrative della Carta Geologica d'Italia, Foglio 56 (Torino)

  • L. Bonioli - G. Pautasso - B. Racca - E. Accattino - L. Battistini; "Geologia del monte S. Giorgio di Piossasco" - Ed. Pro Loco Piossasco - WWF Piossasco - Amici del Monte S. Giorgio - Comune di Piossasco (TO) - 1997.


  • A. Mattone - R. Crespi - G. Liborio; "Minerali e Rocce" - Ed. A. Mondadori S.p.A. - Milano 1977.

  • E. Capello; "L'altro Musine'" - Ed. Grafiche S. Rocco - Grugliasco (TO) 1997.