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Una foresta fossile in Piemonte
Articolo di Gabriele Albano, socio della APMP (Associazione Piemontese di Mineralogia e Paleontologia), con il contributo del Dott. Edoardo Martinetto (Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Torino) a cui vanno i più sentiti ringraziamenti per i consigli e le correzioni.







Un sogno che diventa realtà
Sarebbe sicuramente il sogno di molti riuscire a tornare indietro nel tempo per poter vedere com'era il mondo nelle epoche antecedenti la nostra. Quante cose si imparerebbero; quanti errori si correggerebbero e quanta storia si riscriverebbe! Purtroppo, però, questi viaggi "a ritroso" non sono, almeno per il momento, possibili (né forse lo saranno mai!) e tutto questo è destinato a rimanere un bel sogno.
Sennonché vi sono alcuni luoghi dove la natura non è stata disturbata, oppure che sono stati riportati, del tutto o parzialmente, all'aspetto che presentavano centinaia di migliaia, o addirittura milioni di anni prima, grazie alle molteplici e profonde modificazioni ambientali prodotte dall'azione costante e combinata di più fenomeni naturali quali: erosione, asportazione di materiale, dilavamento, movimenti tettonici, ecc.
Uno di questi luoghi è il letto del torrente Stura di Lanzo, nel tratto che và dal ponte di Nole Canavese al ponte di Robassomero e più precisamente presso la frazione di Grange di Nole.



Resti vegetali messi alla luce dalla azione erosiva del torrente Stura. (foto G. Albano)



Considerazioni geologiche
Il torrente Stura nasce dalle tre valli di Lanzo: Val di Viù, Val d'Ala e Val Grande e si getta nel Po alla fine del suo percorso. Durante il tragitto esso costruisce e modifica il suo alveo: dapprima, per quanto riguarda il ramo della Val Grande, erodendo le rocce cristalline periferiche del Massiccio del Gran Paradiso; quindi, per i rami della Val d'Ala e della Val di Viù, le rocce verdi della Zona Piemontese e, infine, divenuto oramai un corso d'acqua unico, aprendosi il passaggio tra le ofioliti del Massiccio Ultrabasico di Lanzo: Peridotiti, Serpentiniti, Gabbri. Basta osservare la varietà dei ciottoli del suo letto per avere una panoramica petrografica dei luoghi toccati dalle sue acque.
Oltre lo sbocco vallivo il torrente allarga la sua conoide deponendo, durante l'impetuosa corsa verso il Po, metri e metri di pietrisco: rocce e ciottoli di svariatissime dimensioni e tipologie, ghiaioni, sabbie e limi; i tipici materiali di deposito torrentizio, insomma. Questi materiali possono raggiungere uno spessore di 40/50 metri.
Negli anni le frequenti e violente "piene" a cui è soggetta la Stura di Lanzo, hanno operato, nel tratto in questione, una intensa erosione dei depositi torrentizi quaternari, portando allo scoperto ampi affioramenti di argille ricchi di resti vegetali "fossili" un intervallo di tempo denominato Pliocene (circa 5 - 2 milioni di anni fa).



Argille siltose ricche di resti vegetali affiorano sulle rive del torrente. (foto G. Albano)



I depositi affioranti sono prevalentemente limoso-sabbiosi e hanno colore bruno - giallastro - rossiccio quando sono ossidati ("arrugginiti"), mentre appaiono grigio-verdastri laddove l’ossigeno non è arrivato ad alterarli.
Essi fanno parte di quell’unità stratigrafica conosciuta come Villafranchiano, termine informale che verrà presto sostituito da un nome più appropriato (Caramiello et al., 1996). Infatti il termine Villafranchiano è ambiguo e genera spesso confusione: gli studiosi di mammiferi fossili lo utilizzano in maniera rigorosa per designare delle associazioni faunistiche con qualche caratteristica simile, molto ricche di specie estinte, che si rinvengono dalla metà del Pliocene (circa 3 milioni e mezzo di anni fa) sino alla metà dell'Era Quaternaria (circa 1 milione di anni fa).
Per questo il Villafranchiano, come "età a mammiferi", viene interpretato come il "momento" (si fa per dire) di passaggio tra Cenozoico e Quaternario, che sino a pochi anni fa erano considerati delle vere e proprie ere geologiche.

Visto che nel nostro sito dello Stura, come nel resto del Canavese, non sono mai stati ritrovati mammiferi fossili, non saremmo autorizzati a parlare di Villafranchiano in senso stretto. Dobbiamo accompagnare questo termine con le virgolette ("Villafranchiano"), riferendoci così a "quell’insieme di depositi che i geologi (impropriamente!) hanno sinora chiamato in questo modo".

I depositi del "Villafranchiano" sono ben riconoscibili nella zona in esame poiché sono gli unici a contenere numerosi strati a composizione limoso-argillosa, i quali si possono osservare, oltre che lungo lo Stura, anche lungo le sponde di altri torrenti del Canavese, ad esempio il Malone (presso Front e al ponte di Lombardore), il Fandaglia, il Rio Valmaggiore e il Ceronda. Tuttavia l’affioramento dello Stura è di gran lunga il più rappresentativo e grandioso.



Particolare degli strati costituiti da resti vegetali legnosi. (foto G. Albano)



Al limite tra il "Villafranchiano" e i soprastanti depositi alluvionali permeabili (cioè le ghiaie e i ghiaioni) scorrono abbondanti rivoletti che, fuoriuscendo dalle falde acquifere, danno origine a numerose sorgenti lungo lerive del torrente. Vedremo come quest'acqua ha ed ha avuto un ruolo fondamentale per la buona conservazione del materiale fossile.

Nel nostro caso possiamo parlare con certezza di Villafranchiano inferiore poiché abbiamo a che fare con terreni che sono precedenti all'avvento della grandi glaciazione pliocenica; oltre due milioni e mezzo di anni fa!
A quel tempo tutto il paesaggio alpino e pedemontano, compreso quello in questione, doveva apparire molto diverso da quello attuale. Se potessimo tornare indietro nel tempo ci stupiremmo di constatare come l'aspetto delle montagne della zona, che oggi siamo abituati a vedere e identifichiamo immediatamente senza problemi, ci risulterebbe irriconoscibile; alcune di esse ci apparirebbero più alte, alcune più arrotondate, altre di forma totalmente differente.

La spiegazione è semplice: l'azione demolitrice e modificante delle glaciazioni alpine e della climatologia ad esse correlata non aveva ancora compiuto la sua opera.
La stessa Valle di Lanzo era diversa, non essendo ancora stata scavata profondamente, al centro e ai lati, dallo scorrimento di ghiacci e acque.
Il territorio che stiamo considerando, ai piedi delle vallate, era stato abbandonato dal mare del Golfo Padano da qualche centinaio di migliaio di anni e si presentava riccamente forestato, con un clima favorevole allo sviluppo della vegetazione (Martinetto, 1996).



La foresta fossile
Una ricca e lussureggiante fascia verde pedemontana correva da Sud verso Nord allargandosi verso la pianura e in mezzo a quella distesa arborea si stagliavano i giganteschi alberi di Glyptostrobus, oggi scomparsi dai nostri boschi.
Lo Stura non esisteva ancora come torrente a sé con un proprio alveo, ma al suo posto vi erano innumerevoli corsi d'acqua, piccoli e medi, che scorrevano tra gli alberi e gli arbusti delle foreste, formando laghetti e stagni e depositando sabbie, quando i rii erano meno tranquilli; argille e limi dove le correnti erano più calme come nei bacini lacustri.
Intanto, in seguito ad eventi accidentali o al normale susseguirsi dei cicli vitali, si avvicendavano le morti dei grandi alberi e degli arbusti di quei boschi, i quali prima o poi cadevano, in parte al suolo e in parte all'interno degli specchi d'acqua, dove, in breve tempo, i sedimenti terrigeni li avrebbero sepolti preservandoli dalla decomposizione. I processi di conservazione di questi materiali vegetali sono praticamente simili a quelli che si verificano nelle torbiere.

Le argille, essendo sedimenti impermeabili all'aria, ricoprirono velocemente i vegetali (e gli eventuali organismi animali morti) creando un ambiente di seppellimento anaerobico, ostico a batteri e a microrganismi, con l'effetto di interrompere ed impedire i naturali processi di decomposizione.
Il legname seppellito non subì, quindi, il normale decadimento biologico; non venne, cioè, come più spesso accade, trasformato in humus, ma rimase perfettamente conservato per tempi lunghissimi in una sorta di mummificazione naturale.
Durante il seppellimento il copioso materiale ligneo rimase sempre in un ambiente umido dove, per via di trasformazioni chimiche, i tronchi, le radici, i ceppi, i materiali più "solidi", insomma, assunsero superficialmente una colorazione bruno-nerastra, carboniosa, mentre quelli più leggeri, come le foglie, andarono spesso incontro a una totale ossidazione e presero quindi una tinta marrone-rossiccia.



Ceppi di grandi alberi spuntano nel greto del torrente Stura. (foto G. Albano)



Le maggiori concentrazioni di vegetali mummificati si rinvengono in tre o quattro strati, alternati, di silt sabbiosi e di argille grigio-verdastre. Tale numero di strati è quello che si vede al di sopra del letto del torrente, mentre, sicuramente, al di sotto di esso sono presenti ulteriori livelli "Villafranchiano", fino a raggiungere i sedimenti sabbiosi marini, più antichi ma sempre di età pliocenica, che si trovano a 160 metri di profondità. Nell’anno 2002 lo Stura di Lanzo si è scavato una specie di "canyon" profondo 7/8 metri circa, le pareti del quale sono totalmente incise negli strati suddetti.

Lo spettacolo è grandioso: si vedono spessi livelli di legno fossile nerastro al di sopra e in mezzo agli strati argillosi e numerosi ceppi, principalmente di Glyptostrobus, sino a 2/3 metri di diametro che spuntano dai depositi di lignite o dai sedimenti argilloso-limosi, nei quali affondano ancora le loro vetuste radici.
Le limpide, azzurre acque del torrente scorrendo in questo preistorico ambiente, danno luogo, a tratti, a deliziose cascatelle, creando, nell'insieme, un paesaggio affascinante. Peccato che tutto questo è effimero e durerà soltanto fino alla prossima piena dello Stura, quando le meraviglie attualmente visibili saranno sconvolte o comunque modificate. Forse, però, chissà, ciò che ne risulterà sarà un nuovo paesaggio altrettanto bello e interessante.

Come detto più sopra i vegetali sono perfettamente conservati in tutte le loro caratteristiche. Contengono una grande percentuale di acqua, fatto fondamentale per una loro integra conservazione; infatti se vengono fatti asciugare e non si proteggono con adeguate sostanze si frantumano inesorabilmente.
Al taglio i materiali più spessi danno il classico odore di legno "segato" e nel fuoco il profumo è quello tipico più una leggera tonalità carboniosa. Gli strati sedimentari dove il legname è in maggiore quantità sono quelli argillosi grigio-verdastri.
Questo si spiega forse con il fatto che questi sedimenti fini hanno fatto parte di stagni e laghetti, dove gli agenti di deposito, cioè le acque, erano molto tranquille e dove le piante si accumulavano in maggior quantità venendo poco alla volta sepolte. Il silt sabbioso e la sabbia, invece, sono indice di corsi d'acqua più veloci, in grado di disperdere più facilmente i materiali.



Grandi ceppi di Glyptostrobus affiorano dalle argille. (foto G. Albano)



Osservando i legni e specialmente i grossi tronchi inframmezzati agli strati sedimentari, si nota un "appiattimento" nella loro forma; ad esempio, gli elementi in origine cilindrici non sono più tali, ma hanno nel tempo subìto un'ovalizzazione. I responsabili di questo fenomeno sono stati i superiori e più recenti depositi ghiaiosi, fluviali e fluvioglaciali.
Come accennato in precedenza questi depositi sono molto potenti e sono stati accumulati dallo scorrimento del torrente prima, durante e dopo i periodi glaciali, nonché durante le sue frequenti "piene" recenti. Il loro enorme peso, premendo sui sedimenti sottostanti, ha provocato uno schiacciamento dei materiali in essi racchiusi, modificandone in parte le forme.

Oltre un milione di anni fa la flora forestale della fascia territoriale pedemontana era molto diversa da quella attuale, caratterizzata da numerose piante che oggi troviamo in continenti diversi dall’Europa, alcune delle quali sono state nuovamente importate dall'uomo a partire dal XVII sec., come ad esempio le magnolie, che ora abbelliscono quasi tutti i nostri giardini.
Il clima della zona doveva essere di tipo temperato, non troppo caldo e molto piovoso, simile a quello che oggi troviamo intorno a quote di 600 / 1500 metri nella parte centrale del Giappone (martinetto, 1995). Le nostre ricerche hanno portato al rinvenimento, per il momento, di segmenti di tronchi, di ceppi con radici, di rami e di pezzi di corteccia dei seguenti vegetali:

Glyptostrobus europaeus, pianta estinta della famiglia delle sequoie, ma molto più simile a un cipresso, nonostante le dimensioni maggiori. Si rinvengono rami, pigne, tronchi in grandi quantità: Inoltre vi si possono assegnare tutti i grandi ceppi che formano la foresta fossile, dimostrando che era un albero molto diffuso a quell'epoca.
Ontano a foglie di cecropia (Alnus cecropiaefolia), pianta estinta simile all’Ontano nero comune (Alnus glutinosa), un albero della famiglia delle Betulacee molto diffuso oggigiorno.
Le ricerche paleobotaniche hanno inoltre evidenziato:

Conifere di vario genere (Abeti, Pini), sono presenti solo pollini e rarissimi reperti di foglie aghiformi, che testimoniano una certa diffusione di queste piante in zone molto distanti, probabilmente sui rilevi circostanti.
Ontano, impronte di foglie e semi in gran numero nell'argilla siltosa.
Sambuco, (Sambucus pulchella), pianta che doveva essere presente in una certa quantità, vista la presenza di semi dispersi nei sedimenti.
Sequoia (affine a Sequoia sempervirens), rarissimi reperti di pigne negli strati sabbiosi (Martinetto, 1994), verosimilmente trasportati da ambienti distanti e non presenti nella foresta fossile.

Inoltre si sono rinvenute foglie e semi di:

Canne di palude, negli strati argillosi si rinvengono resti di foglie a nervi paralleli, lunghe, legnose ed appiattite, alle quali i processi di "carbonificazione" hanno attribuito un colore nero. Devono esser state prodotte da una pianta simile, ma non identica, alla canna di palude, molto comune oggigiorno nelle zone lacustri e paludose.
Salici (Salice nero?), impronte di foglie nel silt.

Si segnala inoltre la presenza di numerosissimi altri tipi di semi e frutti appartenenti soprattutto a piante di bosco/sottobosco, arboree, arbustive ed erbacee, (vedi Martinetto, 1994).



Un ramo perfettamente conservato. (foto G. Albano)



Durante tutte le occasioni di ricerca nessun resto organico animale è mai stato trovato da parte nostra e la qualcosa ci appare abbastanza strana poiché, se da una parte si può pensare che le parti molli di un organismo possano essere state distrutte col passare del tempo, non si capisce come non si siano salvati almeno i resti ossei vista la perfetta conservazione di alberi e piante. Come è avvenuto in molte torbiere è logico pensare che anche qui, in questi antichissimi specchi lacustri, prima o poi qualche animale, piccolo o grande che fosse, vi sia morto e giaciuto e sia stato poi sepolto insieme ai vegetali che oggi vengono alla luce. Tali resti sono forse stati sciolti nel tempo dalle acque piuttosto acide che circolano in questa zona.

Comunque è possibile che questo sia soltanto un caso, che per qualche motivo i siti da noi visitati siano privi di resti animali, i quali, però, potrebbero palesarsi un domani in luoghi vicini, ancora sepolti e non visibili attualmente.
Per finire diremo che il sito geo-paleontologico di Grange di Nole non è secondo noi sufficientemente considerato, soprattutto per il fatto che, in Italia, luoghi dove affiorano così tanti resti ben conservati di un'antichissima flora sono molto rari.
Quindi, a nostro avviso, il luogo meriterebbe una maggiore attenzione da parte degli studiosi. E' ben vero che al momento della sua scoperta, nel 1985, la Soprintendenza ai Beni Archeologici aveva manifestato l'intenzione di approfondire gli studi sui materiali rinvenuti e di provvedere ad una pubblicazione informativa sui risultati ottenuti, ma al momento (sono passati ormai 17 anni), troppo poco è stato divulgato (CERCHIO et al. 1990), perlomeno a livello di editoria a larghissima diffusione. Per questo ci rallegriamo di aver avuto notizia dal dott. E. Martinetto che un libro sulla foresta fossile è in corso di preparazione per iniziativa dell’Ente Parchi "La Mandria".
Per chi volesse consultare le pubblicazioni specialistiche alleghiamo in calce specifiche citazioni bilbliografiche.



BIBLIOGRAFIA DIVULGATIVA

  • "Riaffiora la foresta fossile" - LA STAMPA, venerdì 11 ottobre 1985.

  • "Sequoie vecchie di un milione di anni" - GARDENIA, febbraio 1986.

  • "Nuovo atlante degli alberi d'Italia" A. Testi - Ed. Demetra S.r.l., luglio 1996.



  • BIBLIOGRAFIA SCIENTIFICA
  • BERTOLDI R. & MARTINETTO E., 2001. Key-site 7: the fossil forest of Stura di Lanzo. In Martinetto E. (ed.): Pliocene plants, environment and climate of northwestern Italy. Fl. Tertiaria Medit., V.4 (2001): 65-68.

  • CARAMIELLO R., CARRARO F., COLLO G., GIANOTTI F., GIARDINO N., MARTINETTO E., PEROTTO A. & SINISCALCO C., 1996. Revisione del significato dei depositi «villafranchiani» in Piemonte - Il Quaternario, Italian J. Quat. Sci., 9 (1): 187-194.

  • CERCHIO E., COCCOLINI G., FORNELLI A., FOZZATI L. & TROPEANO D., 1990 - Per un'archeologia forestale in Piemonte: il giacimento "Villafranchiano" della Stura di Lanzo (Villanova - Nole Canavese Torino). Quad. Soprint. Archeol. Piem., 9: 6-25.

  • MARTINETTO E., 1994. Analisi paleocarpologica dei depositi continentali pliocenici della Stura di Lanzo - Boll. Mus. Reg. Sci. Nat. Torino, 12 (1): 137-172.

  • MARTINETTO E., 1994. Paleocarpology and the in situ ancient plant communities of a few Italian Pliocene fossil forests. In: MATTEUCCI, R. et al. (a cura di), Studies on Ecology and Paleoecology of Benthic Communities - Boll. Soc. Paleont. Ital., Spec. Vol. 2, pp. 189-196, Mucchi, Modena.

  • MARTINETTO E., 1995. Significato cronologico e paleoambientale dei macrofossili vegetali nell'inquadramento stratigrafico del Villafranchiano di alcuni settori del Piemonte (Italia NW). Tesi di dottorato, Università di Torino, Dipartimento di Scienze della Terra, 149 pp.

  • MARTINETTO E., 1996. Pliocene vegetation at the western margin of the Po Basin. Allionia, 34: 349-355.

  • VIOLANTI D., MARTINETTO E. & PAVIA M., 2003. Giornate di Paleontologia 2003. Guida alle Escursioni. Dip. Scienze Terra, 59 pp., Torino.